SAN MARTINO DI FINITA -Shën Murtiri

E' una delle comunità poste a Sinistra del Crati, poco distante da San Giacomo di Cerzeto e Rota Greca. Molti sono i dubbi storici circa la data della sua fondazione che, comunque, non dovrebbe differire di molto da quella delle altre comunità vicine, e cioè attorno al 1470-75.
Lo Zangari riferisce che, con ogni probabilità, la popolazione di San Martino fu accresciuta dall'arrivo di alcune famiglie albanesi installatesi originariamente nei vicini borghi di Palazzo e di Mancalavita. Ciò, pur se non documentato, viene avvalorato dal fatto che, tra la prima metà del XVI secolo e la fine dello stesso, la popolazione ebbe un notevole incremento sia per numero di fuochi, che per abitanti.
Assoggettata civilmente ai Cavalcanti di Torano Castello, i profughi albanesi furono dapprima ospitati leggermente più a valle, in un vecchio casale denominato Santa Maria delle Grotte, dove esisteva un imponente complesso abbaziale (ora frazione di San Martino) e, successivamente, a causa delle lotte tra albanesi e latini, la comunità, per volere delle autorità civili, fu trasferita un po' a monte, nell'attuale sito.
Le concessioni capitolari, di cui non si ha certezza, furono concesse alla famiglia Tocci proveniente, alcuni decenni dopo l'insediamento, da San Giorgio Albanese. Ai Tocci fu riconosciuto il diritto di vassallaggio al tramonto della famiglia Cavalcanti dal Principe di Bisignano, e la comunità fu tassata per 38 fuochi nel 1547.
Mancante di chiese e di preti propri, pur distanziando pochi chilometri da San Benedetto Ullano, i sacramenti e la cura delle anime furono affidate, per lungo tempo, dal Vescovo di San Marco Argentano a monaci viandanti, i quali cercarono con ogni mezzo di favorire il passaggio di rito della popolazione da quello grecoortodosso a quello latino. Ciò fu agevolato anche dalla presenza del monastero cattolico di Santa Maria della Castagna, dove, per secoli, furono impartiti i sacramenti sia alla popolazione indigena, che a quella albanese. Solo nel XVIII secolo fu concesso agli albanesi il diritto di edificare, ed è a questo periodo da far risalire la costruzione della prima cappella, ma ormai la popolazione aveva subito il passaggio di rito.
Sul piano sociale, gli abitanti di San Martino furono per molto tempo vessati dalle autorità civili e che, nei lunghi periodi di dominio e nei vari passaggi di proprietà (dai Cavalcante ai Sanseverino e ai Tocci; nel 1742 pagava le decime e le "fiscali" al Principe di Tarsia) non trovarono di meglio che imporre gravose tasse focatiche riducendo l'intera popolazione in un grave stato di prostrazione.
Le attività economiche si riducevano alla servitù contadina, alla raccolta delle castagne ed al taglio del bosco. Tale grave situazione perdurò per lunghissimo tempo e finì con il produrre nella popolazione una cultura di violenza e di sopraffazione. Infatti, San Martino di Finita, durante il '700 e 1'800 era famosa non tanto per le sue qualità, quanto per le feroci bande organizzate che infestavano tutta la piana.
A tale proposito il Padula così si esprimeva verso gli albanesi di San Martino: "Non basterebbero mille forche".
Nonostante ciò, la popolazione seppe trovare molte volte una punta di orgoglio, come all'inizio dell'800 quando, assieme alle comunità di Cerzeto e Mongrassano, si oppose al passaggio ed alla conseguente sottomissione delle truppe sanfediste al seguito del Cardinale Ruffo, il quale si accingeva a liberare, con la sua controrivoluzione, l'intero Regno di Napoli dal dominio francese.
L'adesione alle idee rivoluzionarie e la fede dimostrata nei confronti del regno francese, produsse, per San Martino, anni di grave persecuzione da parte dei Borboni tornati sul trono di Napoli. Ciò contribuì a far lievitare l'odio verso questa famiglia regnante e a tentare, nel 1844 (assieme agli insorti di San Benedetto Ullano e Cerzeto) l'assalto alla prefettura di Cosenza e a partecipare attivamente alle rivolte del 1848.
A tal proposito vanno citati quei giovani che si distinsero nei campi di battaglia di Spezzano Albanese, Paola, Castrovillari, Cammarata e Campotenese e che furono processati e condannati a gravi pene dalla Gran Corte Criminale Speciale di Calabria Citeriore. Essi furono: Pasquale Cavallo, Agostino, Angelo, Alessandro e Samuele Tocci, Domenico Cistaro, Pietro Donadio, Giuseppe Dramis, Gennaro Migliano, Domenico, Francescantonio e Vincenzo Pinnola e Luigi Musacchio.
La comunità di San Martino, pur colpita tristemente dalla reazione borbonica dopo i fatti del 1848, seppe degnamente rispondere al richiamo di Giuseppe Garibaldi e furono molti i giovani che andarono ad ingrossare le schiere dei Mille al loro passaggio sulle vicine sponde del Crati.
Dopo l'Unità nazionale, anche per San Martino iniziò un periodo buio sia sul piano sociale che su quello economico. La comunità aveva, durante 1'800, sviluppato una discreta economia familiare attraverso l'allevamento dei bachi da seta e la produzione di tessuti tipici albanesi. Con la caduta del mercato meridionale della seta ed il loro trasferimento al Nord, l'economia perse l'unico motivo di sussistenza. L'alternativa alla grave crisi portò ad una forte emigrazione verso i nuovi continenti americani (all'inizio del '900) e verso il Nord Italia ed il Centro Europa negli anni '50 e '60.
Oggi la comunità si presenta fortemente deficitaria sul piano demografico, con una popolazione prevalentemente anziana che sopravvive grazie alle pensioni di anzianità e alla produzione di castagne ed ortaggi stagionali.